Saggi e articoli

Ricercare è una conseguenza diretta dell'essere curiosi. E ricercare, per quanto fondamentale, non serve a molto se poi non si condivide in qualche modo quello che si è scoperto.

Ecco allora che la ricerca diventa, per me, anche la fase iniziale della produzione di testi di natura saggistica, che siano essi articoli o saggetti, che vengano pubblicati o no, il mio gusto sta nella ricerca, nell'informarmi, nel ragionamento e infine nella stesura di un testo comprensibile e fruibile da chiunque voglia farlo. 

Ecco dunque, alcune produzioni di questo tipo.

Lunedì, 22 Maggio 2017 07:11

Chi abita il virtuale

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Internet Nasce nel 1969. O meglio, in quell’anno nasce il progetto che porterà alla definizione e realizzazione dei protocolli che gestiscono il flusso di dati della rete internet. Si chiamava ARPANET, ed era un progetto sviluppato dal DARPA (Defence Advanced Research Projects Agency (Agenzia per i Progetti di ricerca avanzata per la Difesa), un progetto militare americano, insomma. Il sistema di comunicazione era simile a quello che usiamo oggi, erano diversissime le intenzionalità e i protocolli di comunicazione. Si usava sostanzialmente il protocollo FTP File Transfert Protocol (Inglese: protocollo di trasferimento file) e la posta elettronica dal 1971. Nel 1972 viene presentato al pubblico e riscuote molto successo soprattutto per merito della posta elettronica. Dobbiamo aspettare però il 1991 perché la rete inizi a cambiare e prendere una direzione che possiamo capire meglio. In quell’anno, infatti, il ricercatore del CERN Tim Barners-Lee mette a punto un nuovo protocollo di trasferimento delle informazioni: http, HyperText Transfert Protocol (Inglese: Protocolllo di trasferimento Ipertesti). Tim aveva partorito e realizzato il concetto di Ipertesto, e su questo aveva concepito il Web, o meglio il World Wide Web (WWW), come enorme Ipertesto. Nel 1993 questa innovazione viene resa pubblica e Internet inizia a diventare ciò che conosciamo. Il concetto di Barners-Lee dell’Ipertesto viene sfruttato e si sviluppa moltissimo. Il 1993 è l’anno di svolta che ci interessa.

Lunedì, 22 Maggio 2017 07:09

Mondo Virtuale

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L’informatica e l’innovazione tecnologica che ci permette di raggiungere internet ci ha regalato un mondo parallelo al nostro. Un mondo in cui è praticamente possibile fare tutto, tranne avere un contatto fisico con le cose e le persone. Si può lavorare, si può acquistare e vendere, si può comunicare, leggere, informarsi, studiare e  giocare online, ma anche rubare, drogarsi, frodare e diffondere il falso. È in tutto e per tutto un luogo enorme, potenzialmente infinito (basta aggiungere dei server per ottenere più spazio) e in grado di influenzare il mondo offline.

Non possiamo, infatti trascurare che gran parte della socialità online sia, almeno originariamente, uno specchio di quella offline. Infatti, se inizialmente le connessioni di un profilo utente di un SN comprendono quasi solo profili di persone che si conoscono anche offline, in breve, abitando il SN, le connessioni si amplieranno aggiungendo anche persone che non fanno parte della nostra rete sociale offline. O almeno è così per la gran parte degli utenti.

Lunedì, 22 Maggio 2017 07:05

Chi suona i campanelli

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Può scendere a giocare?

Mi ricordo bene di quando si andava, senza troppi problemi, a suonare a casa dell’amico per chiedere ai genitori se poteva scendere a giocare. Si giocava nel cortile e o nel parco vicino a casa, innumerevoli raccomandazioni accompagnavano i bambini fin fuori dall’uscio: “Non andare forte in bici! Guarda prima di attraversare la strada! Non sudare! (?)”.

C’era sicuramente una socialità diversa nei quartieri, i vicini non facevano paura e non faceva paura neanche lasciare i propri bimbi giocare vicino a casa. Ho vaghi ricordi dell’istituzione del Vigile di Quartiere, che forse un po’ di paura l’ha portata, se non altro perché se ce n'era bisogno, forse forse non era poi così sicuro giocare per strada.

Io giocavo vicino a casa, quindici anni fa. I miei lo facevano da piccoli e generazioni su generazioni trovavano nella dimensione del “quartiere”, della “zona limitrofa” un fantastico mondo in cui crescere assieme.

Onestamente ora non so se si faccia più, non ho chiesto ai giovani per strada se anche loro giocano vicino a casa con la palla, la bici o semplicemente chiacchierando e inventandosi storie con gli amici. Quello di cui mi sono accorto però è che io bambini che giocano per strada, nella zona in cui abitavo, non ne ho più visti.

Lunedì, 22 Maggio 2017 07:02

Essere raggiungibili. Sempre.

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Ormai quasi tutti hanno uno smart-phone che si collega ad internet, che fa le foto, gestisce le mail e il calendario, tiene ordinata la rubrica, etc. Ormai tutti sono collegati, volenti o nolenti, 24 ore su 24, alla grande rete internet. La nuova tecnologia è effettivamente strabiliante: possibilità di consultare le mail mentre si aspetta il caffè al bar, scattare foto del luogo in cui ci troviamo e postarle su Facebook, magari aggiungendo la propria posizione GPS, in modo che tutti, ma proprio tutti, sappiano che cosa cool si sta facendo.

Le tecnologie che ci permettono tutto questo si chiamano: internet, rete 3g, smart-phone, wi-fi, web 2.0 e comunicazione istantanea (chat).

Possiamo dire che con uno smart-phone si ha davvero l’ufficio in tasca; inoltre la copertura 3g, che ci permette questi meravigliosi effetti speciali, si è ormai ingrandita tanto da coprire quasi tutta la nazione. Però io non riesco a non pensare che questo non sia propriamente un bene. Tralasciando le possibili implicazioni per la nostra salute, immersi come siamo in onde di ogni tipo, ormai non essere raggiungibili sembra essere un lusso.  Possiamo anche non rispondere al telefono, non rispondere al messaggio di Facebook del nostro amico, o tralasciare la conversazione di Whatsapp che non abbiamo voglia di continuare, ma questi piccoli bastardi (i software) diranno alla persone che stiamo “evitando” che abbiamo letto ciò che ha scritto o che siamo comunque raggiungibili dalla rete. Queste configurazioni delle applicazioni (che una volta chiamavamo programmi) giustificano il fatto che poi la persona che ci ha cercato si possa arrabbiare perché l’abbiamo evitata.

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